Piazza Grande a Locarno, 11 agosto 2012. Nonostante manchi poco alla mezzanotte, il clima è ancora mite. Nel buio si rincorrono gli ultimi fotogrammi di More than honey – Un mondo in pericolo, mostrato in prima mondiale a conclusione del Festival del film e in uscita in Ticino il 9 maggio prossimo. Sarà per l’impatto generato da uno tra gli schermi più grandi d’Europa o piuttosto per la genialità del lavoro firmato dal regista svizzero Markus Imhoof (quello di La barca è piena, nominato agli Oscar del 1982). Fatto sta che i quasi seimila presenti restano, per un brevissimo istante, in silenzio. Poi la Piazza esplode in un applauso, come se ne sono sentiti pochi, di recente. Negli occhi del pubblico c’è un mix di meraviglia, ammirazione e presa di coscienza. Alcuni giornalisti, non più di primo pelo, sono anch’essi stupiti: «Non ci saremmo mai immaginati qualcosa del genere», commentano a caldo. «Ovunque io vada a presentare il film, la reazione è questa », ci racconta Markus Imhoof, mentre sta per ripartire negli Stati Uniti, pronto a diffondere il suo verbo. «In una quindicina d’anni, su tutto il pianeta, le colonie d’api si sono decimate. I dati risultano sbalorditivi: tra il 50 e il 90 per cento in meno. È un dramma». Dinanzi all’ecatombe in atto, il pensiero di Imhoof torna all’infanzia, all’alveare del nonno. Mentre oggi sua figlia, con il marito, dirige un progetto di ricerca sulle api in Australia. «Non potevo rimanere con le mani in mano: la gente deve conoscere la verità. Non però con un’opera apocalittica. Piuttosto, ho voluto far scattare nella mente dello spettatore una domanda basilare: l’uomo riesce ancora a convivere con la natura, oppure ne è divenuto il parassita, il dittatore?». Mezzo decennio di preparazione, un intensissimo anno di riprese e postproduzione, un budget di tre milioni di franchi. Risultato: riprese straordinarie (70 fotogrammi al secondo) per immagini uniche (l’accoppiamento di una regina in volo) e una valanga di riconoscimenti, a iniziare dal «Migliore documentario » e «Migliore musica da film» al Premio del cinema svizzero 2013. «Benché non sia dimostrato, pare che Albert Einstein sostenesse che se un giorno le api spariranno, l’estinzione del genere umano seguirà quattro anni più tardi», ricorda il regista. «Io, comunque, rimango ottimista e mi auguro che entro un paio d’anni il Parlamento europeo ufficializzerà la messa al bando di quei pesticidi, settemila volte più tossici del DDT, da cui in parte dipende la moria. Del resto, le Nazioni Unite hanno già osservato come non sia possibile continuare a lungo con un’agricoltura così intensiva». I pesticidi, dunque. Ma anche i parassiti come la varroa e i nuovi virus. Per non parlare delle emissioni elettromagnetiche e del letale «stress da viaggio», tipico degli Stati Uniti, dove centinaia di casse di api vengono sigillate, caricate su enormi autocarri e costrette a percorrere il Paese da un angolo all’altro, alla ricerca dell’ultimo nettare. «Ho riportato ciò che ho visto e udito, lasciando a ognuno il compito di trarne le conclusioni», precisa Markus Imhoof. «Dall’anziano apicoltore che vive tra le Alpi svizzere, e che produce a fatica pochi chili di miele all’anno, fino all’imprenditore americano divenuto plurimilionario grazie a uno sfruttamento spietato di questi animali, ho raccolto opinioni, preoccupazioni e ciniche ambizioni. Il quadro è pessimo: in Cina si è già dovuto iniziare a impollinare a mano, poiché non vi sono più api. È l’inizio della fine». Già acclamata al Toronto international film festival, in California e in giro per l’Europa, la coproduzione tra Svizzera, Germania e Austria sta aprendo gli occhi a migliaia di persone. «L’ape è stata ridotta a un semplice elemento dell’industria alimentare, un macchinario da attivare con un bottone. Ma non può essere così», conclude Imhoof. «Il discorso, in fondo, è simile a quello dei Tempi moderni di Charlie Chaplin. In cuor mio spero solo che i consumatori se ne rendano conto prima che sia troppo tardi».

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Scarica questo file (recensione_imphof.pdf)Le api, prima che sia troppo tardiThomas Cartacooperazione6 maggio 2013
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